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Interviste

ENSLAVED – Figli della tempesta

di Marco Liazza

Correva l’anno 1991 quando un gruppetto di adolescenti norvegesi decideva di mettere su una band e di suonare musica estrema. Ebbene, dopo ventisei anni di alti e bassi, di sacrifici e di conquiste, la creatura di Ivar Bjørnson e di Grutle Kjellson si è guadagnata – direi meritatamente – il suo posto tra i nomi più in vista del panorama underground mondiale. Ovviamente sto parlando degli Enslaved, una formazione dotata di un sound decisamente personale ed estremamente facile da riconoscere, eppure capace di rivoluzionarlo (e di rivoluzionarsi) con una apparente nonchalance che molti pagherebbero per avere. Nulla viene regalato e nessun successo, nessuna esperienza si ottiene senza aver pagato l’obolo corrispondente – su questo non ci piove –, ma i Nostri sono stati appesi a un albero per ben più di nove giorni e nove notti e ormai la sanno veramente lunga. È stato così, tenendo a mente questi presupposti, che ho fatto quattro chiacchiere con Grutle, il bassista e cantante di questo gruppo veramente complesso.

Salve, Grutle, è un piacere poter parlare con te! Direi di iniziare subito dall’argomento più attuale: il vostro 14° album sarà rilasciato il 13 ottobre via Nuclear Blast. Come presenteresti questo “E”?

“Beh, è un album diverso. Penso sia di gran lunga la nostra produzione più dinamica. È molto distante dall’idea convenzionale di canzone, vive di vita propria. Al suo interno c’è un’atmosfera diversa, c’è una nuova band – sai, i cambi di formazione… È prodotto meglio, è un album che suona meglio e che è fatto meglio sotto molti punti di vista, direi, e ne sono molto fiero”.

Nel corso degli anni sono stati molti i titoli criptici e complessi utilizzati dai gruppi come nome per i propri dischi. A cosa si riferisce questa “E” e come mai avete scelto un nome così pragmatico per il vostro album?

“Si tratta di un titolo davvero estratto ma anche un pochino astratto; non è così semplice come appare. Non è solo un riferimento alla lettera “E”, ma anche al valore fonetico della runa Eihwaz – quindi è anche legato alla magia delle rune. È un simbolo potente che rappresenta la dualità su molti livelli: quella tra corpo e anima, tra l’uomo e i suoi strumenti, tra l’uomo e l’animale, tra l’uomo e il suo animale interiore, l’uomo e il viaggio verso l’oltretomba … Davvero, potremmo andare avanti all’infinito. Ci sono davvero molti livelli, condensati appunto in un titolo molto semplice, già. È stato un processo interessante, quello della scelta del titolo; in realtà lo è sempre, comunque… Ad ogni modo, penso sia un titolo davvero forte, ed è anche molto facile da tenere a mente”.

Lo è davvero! E qual è il tuo pezzo preferito di questo nuovo album?

“Cavoli, mi fanno questa domanda ogni volta e la mia risposta questa settimana è diversa da quella che ho dato la settimana scorsa [ride, nda] … Prima stavo giusto parlando di Hiindsiight con un altro giornalista tedesco e stavamo avendo una lunga conversazione proprio su quella traccia. Direi che ora come ora è quella la mia canzone preferita. Ha così tanti livelli di lettura, così tante voci, sai, così tante linee – tanto di chitarra quanto di basso – ha groove di batteria … Davvero affascinante. Ed è un gran bel pezzo; ne andiamo fieri, tutti quanti”.

Parlando di livelli, ho avuto la possibilità di ascoltare l’album e, come hai detto tu stesso poco fa, ha un suono piuttosto diverso da quello dei vostri ultimo lavori. Voglio dire, “Riitiir” e “In Times” sono album validi, in cui avete versato la vostra personale miscela di progressive black metal. D’altro canto, “E” suona più meditativo, più tranquillo – benché abbia comunque i suoi momenti più spinti ed estremi –, in un certo qual modo più vicino al progressive rock piuttosto che al classico extreme metal (andiamo, c’è persino un sassofono!). Ci sono decisamente molti, molti strati. Come pensi reagiranno i vostri fan: apprezzeranno questo passo in avanti o sarà piuttosto causa di critiche?

“Penso che quelli che hanno apprezzato i nostri ultimi album accoglieranno anche quest’ultimo. Sarà anche diverso, con un approccio differente, ma è comunque una continuazione dell’universo degli Enslaved. Poi, voglio dire, se sei fissato solo con le demo in cassetta questo disco lo odierai [ridiamo, nda] … Ma in quel caso avrai odiato ogni altro singolo album dal ’97 in poi, quindi. Non fa niente, va bene così: ascoltate quello che volete ascoltare. Se non vi piace, non ascoltatelo. Molto semplice”.

Ben detto. Tornando a noi, deve essere stato impegnativo scrivere il 14° album degli Enslaved: siete in circolazione dal 1991 – il che rende praticamente il progetto più vecchio di me! Com’è cambiata negli anni la vostra attitudine alla composizione?

“Non direi che è davvero cambiata, piuttosto la cosa si è sviluppata un po’ di più. Non siamo mai caduti nella trappola del provare a far contento nessun altro oltre noi stessi; non abbiamo mai fatto musica in modo che andasse bene per un determinato pubblico, e anche per questo siamo sempre stati completamente liberi di usare qualunque fonte d’ispirazione. Ascoltiamo qualunque genere di musica, sempre, e ovviamente quello che ascolti influenza la musica che scrivi tu stesso … Non ci siamo mai imposti dei limiti o dei confini. Penso forse che sia la cosa più salutare in questa band. Non sentiamo mai la necessità di tornare indietro, ci godiamo semplicemente l’andare avanti, l’esplorare nuovi territori. Ritengo sia molto più facile per noi rispetto ad altri gruppi che sentono di dover continuare a seguire le proprie orme, finendo per fare dei dischi tributo ai loro album di debutto … Certo, è dura per tutti. Certamente è stata tosta anche per noi. È ovvio. In 26 anni la strada è stata costantemente fatta di alti e bassi; ma troviamo ancora estremamente bello scrivere, arrangiare e registrare – e soprattutto fare musica live. Questo è decisamente il punto di forza della band, direi”.

Parlando della formazione, non molto tempo fa Herbrand Larsen ha lasciato la band ed è stato poi sostituito da Håkon Vinje. Che ne pensi di questo cambio di tastierista? E come si è trovato Håkon a lavorare con voi?

“Insomma, eravamo in tour… Comunque sia non è stata una cosa uscita fuori dal nulla, ne stavamo parlando già da un po’ – non è stato un grande shock, per me. Herbrand è un amico e si è comportato in maniera decisamente onesta. Dopodiché ci siamo messi alla ricerca di un tastierista disponibile, avevamo diversi nomi in mente. Sfortunatamente i primi candidati, sebbene molti interessati non potevano a causa di impegni con altre band, o perché vivevano in altre parti del mondo – insomma, non potevano unirsi a noi. Non siamo riusciti a trovare proprio nessuno, per i primi mesi; quindi abbiamo chiesto al nostro co-produttore, che ha uno studio di registrazione a Bergen, se gli venisse in mente il nome di qualcuno che potesse farci da tastierista e lui ci ha proposto questo giovane tipo che suonava in una band locale chiamata Seven Impale e che aveva registrato alcuni dischi nello stesso studio che usavamo noi e con lo stesso produttore; così abbiamo deciso di dare al tipo una possibilità. Ha fatto un’audizione, poi lo abbiamo invitato a qualche prova con noi e nel giro di poco si è trovato a far parte della band… Stiamo parlando di una o due settimane prima della registrazione del nuovo disco, quindi si è trovato letteralmente gettato nella mischia”.

Ecco, dato che la band è composta da esseri umani diversi, devono esserci gusti musicali diversi al suo interno. Come vi relazionate con questo: quali gusti lasciate che influenzino il vostro stile e quali tenete invece per voi stessi?

“Siamo piuttosto aperti quando si parla di ispirazione o di musica. Insomma, non pubblicheremmo mai un album techno oppure uno rap [ridiamo, nda]… Anche le band che non hanno limiti, in fondo, ne hanno. Tornando a noi, Håkon ha uno stile totalmente diverso dal nostro, lui è più legato alle sonorità dei ‘70, suona molto l’Hammond. È un essere umano differente. Anche le strutture e le dinamiche, ora, sono diverse; si sono evolute in qualcosa di più ritmato e dinamico e molto migliore, secondo me – questione di gusti, ovviamente”.

Facciamo due chiacchiere sul mondo della musica in generale, ora. Stai vivendo questo universo da un po’ di tempo, ormai: ci sono stati cambiamenti ed evoluzioni, soprattutto dalla fine del secolo scorso a oggi. Secondo te, quali sono i pro e i contro del digitale nella musica?

“Insomma, per me è come se la tecnologia sia sempre stata un qualcosa di inevitabile: prima o poi devi adeguarti ai fatti, che ti piaccia o no. Be’ [ridacchia, nda], tendo a spendere il meno tempo possibile sulle cose che non mi piacciono. In realtà, grazie alla situazione odierna – tra tecnologia e streaming –, abbiamo la possibilità di fare più show, di suonare più spesso dal vivo. Questa è una cosa buona, certo. O meglio, questa è la cosa buona. Ci sono indubbiamente dei lati negativi: si vendono meno dischi, c’è gente che non ha lo stesso tipo di relazione con la musica rispetto a quella che avevamo noi. Quando eravamo dei ragazzi, ci capitava di dover scrivere a Singapore, alla Finlandia, agli Stati Uniti per comprare demo in cassetta mentre oggi basta schiacciare qualche bottone mentre stai ascoltando canzoni online. Magari ti capita di pensare «Ah, questo non mi piace» invece di far girare 20 volte la cassetta nel walkman come facevamo noi per entrare davvero nella musica, per farci un’idea quanto più pura possibile. Oggigiorno è un po’ troppo facile avere accesso alla musica, è questo lo svantaggio. È così che va. Anche se ultimamente si sta tornando più al fisico perché alla gente piace possedere la musica e non si accontenta di avere dei file mp3. Le cose stanno cambiando un pochino – non completamente ma comunque –, diventando più com’erano una decina d’anni fa. Non tutto è perduto”.

Ecco, tu preferisci ascoltare CD, vinili e cassette o musica in mp3?

“Ascolto pochissima musica in mp3. Li uso in macchina, quando sono in autobus o sono offline sul treno. A casa ascolto solo musica in vinile. A casa ho il mio stereo e un sacco di dischi: compro la mia musica in vinile come ho sempre fatto. L’80%, forse il 90% della musica che ascolto passa per il mio giradischi; e questa cosa non cambierà mai [ride, nda]”.

Capisco bene. Personalmente preferisco acquistare CD e, in generale, musica in formato fisico, sebbene io sia uno studente e non possa permettermi molte spese. Qual è l’album a cui tieni di più? Perché?

“Oh, wow. Be’, ci sono molti album … Di certo quello a cui tengo di più è la prima pubblicazione degli Enslaved, “Hordanes Land”, il mini LP del 1993, perché è stato il primo ed è ad oggi il più grande successo della mia vita come musicista; è stato davvero, davvero importante. Ci tengo molto, quello è il numero uno. Successivamente ci sono diversi titoli con i quali ho un certo tipo di relazione emotiva. Già, potremmo starcene seduti per più di due ore a parlare solo di quelli [ride, nda] ma diciamo solamente che quel primo mini album è il più importante per me”.

Tu e Ivar (Bjørnson) avete fondato gli Enslaved nel 1991, quando avevate rispettivamente 17 e 13 anni. Nel giro di un paio d’anni avete rilasciato due demo, un EP e uno split con gli Emperor pubblicato tramite la Candelight Records – un nome che magari non suonerà nuovo, forse per la quantità di buona musica che ha pubblicato nel corso degli anni – e tutto questo è decisamente impressionante, quasi mozzafiato! Quali suggerimenti daresti a una band o a dei musicisti che iniziano la propria carriera oggi? Come dovrebbero approcciarsi al mondo della musica?

“Non dovrebbero saltare sul primo treno che passa, dovrebbero aspettare quanto più possibile. Siate veramente sicuri prima di cacciare qualunque cosa. Non caricate solamente cazzate su YouTube. Cioè [ride, nda] una cosa del genere distrugge la vostra carriera più di quanto la aiuta. Fate buona musica della quale siete contenti; provate ad essere capaci di suonarla come si deve e non affrettatevi. Insomma, abbiate questa energia, ma non correte troppo. Assicuratevi che il materiale sia di qualità prima di diffonderlo. E osate essere originali. Non fate pensieri del tipo «Questa cosa potrebbe non piacere a certe persone nel pubblico» o cose del genere, cioè, non ci pensate nemmeno per un secondo. Vi piace? Fatelo”.

Caspita, questo è motivante. Parlando del 2017, questo è stato un album abbastanza interessante per la musica. Quali sono per ora i tuoi 5 album preferiti?

“Non credo di averli ascoltati, 5 album rilasciati quest’anno; non me ne viene in mente neppure uno [ridiamo, nda]. Mi dispiace, non posso aiutarti con questa…”

Wow, okay … Sai, pensavo avresti risposto almeno con un «Be’ di certo il nuovo disco degli Enslaved»!

“Certo! Quello è l’unico [ridiamo, nda]. Escludendo della musica scandinava di cui nessuno al di fuori della Scandinavia probabilmente ha mai sentito, ovviamente … Non credo di aver ascoltato dischi metal di quest’anno”.

Parlando in generale: c’è mai stato un disco di qualunque band che ha mai deluso le tue aspettative?

“Diversi, certamente! Insomma, mi aspettavo un grande disco dai Metallica nel 1991 e poi è uscito il “Black Album” … Davvero, davvero deludente. Mi sono piaciuti i cambiamenti della band, ma caspita [ride, nda] per me quello è stato semplicemente ridicolo. Nell’arco di tutti gli anni 90 è successa la stessa cosa più volte. È successa ai Megadeth, agli Slayer, ai TNT … Ecco perché noi abbiamo continuato a cercare band nell’underground, perché tutti gli altri stavano iniziando a diventare stelle di MTV. Quando eri un teenager, allora, quella non era affatto una bella cosa. Così [ridacchia, nda] finimmo ad ascoltare Brutal, Black, Death ed Extreme Metal. Probabilmente questo è anche il motivo per il quale abbiamo fondato questa band. Semplicemente veniamo dalla «cassette underground», per così dire”.

C’è una cosa che mi interessa particolarmente: dato che sono stato più di una volta in Finlandia, mi sono fatto un’idea di come vadano lì a Nord rispetto all’Italia, e quello che mi fa sentire sempre la maggiore differenza è la relazione che avete con la natura. Come vi ci relazionate, voi degli Enslaved, in termini di musica e di vita quotidiana?

“Penso che la musica sia fortemente legata alla vita quotidiana. Io abito sulla costa ovest [della Norvegia, nda] e tutti, assolutamente tutti quanti, vivono qui per la pesca. La Corrente del Golfo porta un sacco di specie verso la costa, perciò la popolazione si è stanziata qui per pescarle, migliaia di anni fa. Poi abbiamo un clima molto rigido, i due terzi dei giorni dell’anno piove, quindi è ovvio che ogni cosa sia stata basata sulla relazione dell’uomo con la natura – e lo è ancora. Il clima e l’ambiente influenzano decisamente la tua mentalità… È tutto alti e bassi: la gente si deprime pesantemente in inverno fino ai primi raggi di luce della primavera, poi in estate tutti sono allegri ed estremamente ubriachi [ridiamo, nda] e poi il ciclo si ripete con il ritorno dell’inverno. Questo genere di cose si riflette molto nella musica che viene dal “Nord”, come dici tu, sebbene questo “Nord” non sia davvero omogeneo. Voglio dire, l’entroterra finlandese o quello norvegese sono molto, molto differenti dalla costa ovest. Sono diversi, certamente, ma hanno anche delle cose in comune: il clima ostile, il tempo di merda [ridiamo, nda]…”

Torniamo indietro al tema iniziale per un’ultima domanda. Se potessi scegliere 3 posti (ovunque sulla faccia della Terra) dove più di ogni altri ti piacerebbe portare la tua musica dal vivo, quali sarebbero?

“I miei 3 posti preferiti? Mmm … Vicino i fiordi sulla mia barca, sulle montagna, ovviamente, e forse anche in riva al fiume. Mentre si pesca il salmone [ridiamo, nda]”.

Okay, penso sia tutto, per stavolta. È stato un grandissimo piacere per me poter fare questa chiacchierata con te! Prego, sentiti libero di lasciare un messaggio ai tuoi fan italiani.

“Be’, «forza Italia»: ci vediamo in tour, prima o poi. E sì, godetevi l’album!”

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