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Interviste

SATYRICON, dal profondo dell’anima

di Nicola Vitale

Nessun gruppo black metal è amato e odiato quanto i Satyricon. Secondo Frost, il problema è che il pubblico black metal è intransigente e conservatore, poco aperto alle novità e poco incline alle sperimentazioni del celebre duo norvegese, che già con l’ultimo album, Satyricon del 2013, si è tirato addosso alcune delle più crudeli critiche della sua carriera. Lui, però, non è sembrato accorgersene e ritiene, al contrario, che Satyricon sia stato il suo disco di maggior successo, e che il nuovo Deep Calleth Upon Deep sia addirittura il lavoro più avanguardistico, intenso e profondo che abbia mai realizzato con Satyr. In effetti il nuovo album è pieno di influenze diverse e ha delle soluzioni ritmiche del tutto inusuali per chi è abituato ai Satyricon più furiosi e iconoclasti. A telefono, però, Frost parla piano, ha l’affanno, sembra affaticato, non è certo il diavolo rabbioso che abbiamo visto scalpitare dietro le pelli dei Satyricon e dei 1349… Sarà vero che, come ha detto, ha impiegato tutte le sue forze per partorire quello che lui e Satyr ritengono essere il loro capolavoro definitivo? Parola a Frost, che da quasi trent’anni siede dietro i tamburi dell’orchestra infernale dei Satyricon.

Vorrei che descrivessi il tuo cammino musicale e personale che ha portato alla nascita di Deep Calleth Upon Deep.

“Per me si tratta di una questione molto semplice: i Satyricon sono nati con uno spirito devoto all’innovazione e alla progressione musicale. Abbiamo sempre abbracciato concetti come “evoluzione” ed è proprio questa volontà di sperimentare che ci lega, anche se, a volte, le nostre radici escono fuori in maniera più prepotente rispetto ad altre in cui sembrano più nascoste. Questo album, Deep Calleth Upon Deep, dice moltissimo di noi, su chi siamo e da dove veniamo e rappresenta il sunto di tutte le direzioni verso cui ci siamo mossi nel tempo, così come è accaduto con il nostro disco di cinque anni fa (Satyricon, 2013, nda)”.

Il nuovo disco, però, si allontana un po’ da tutto ciò che avete fatto prima d’ora. 

“Questo è un album che è arrivato in un momento molto particolare della storia dei Satyricon. Tutti i nostri dischi sono molto importanti per noi, e anche tutti molto speciali. Questa volta, però, si tratta di un disco che apre per noi un discorso del tutto nuovo, inaugurando una nuova direzione, un corso nuovo. Tutto ciò che è entrato a far parte del nostro nuovo lavoro, ci rende estremamente orgogliosi di noi stessi, posso dire che, per i Satyricon, Deep Calleth Upon Deep costituisce una pietra miliare”.

Gli ultimi due album sono quelli in cui siamo entrati in contatto con un gruppo rinnovato. Di sicuro la vostra musica ha iniziato a prendere vita in un modo del tutto inedito e diverso. Sembra che abbiate cominciato a riscoprire certe dinamiche più lontane al black metal e più vicine al progressive rock. Non tutti hanno apprezzato però…

“Per noi è stato molto importante scoprire l’importanza delle dinamiche con l’ultimo album (Satyricon, 2013, nda). È stato il primo album a vedere una band come i Satyricon abbracciare un territorio musicale così vasto, che va da parti suonate in tonalità più basse ad altre invece con un approccio emotivo più intenso che mai. Quel disco suona in maniera incredibile, e abbiamo voluto tener presente questo aspetto che lo contraddistingue anche per il nuovo disco, che guarda ancora più avanti rispetto a quanto facesse il suo predecessore. Per quanto riguarda la fase compositiva di Deep Calleth Upon Deep, questo modo di suonare era già diventato parte integrante di noi, quindi ci è venuto molto naturale lavorare e comporre in maniera più scorrevole. Ci siamo sentiti più liberi di esplorare alcune dinamiche e alcune sonorità rispetto a quanto lo fossimo in passato. Credo che quest’album sia più musicale e ricco di sfumature rispetto ai lavori più vecchi”.

Ecco il perché della frase di Satyr allegata al promo di Deep Calleth Upon Deep che recita testualmente: “questo è un nuovo inizio, un nuovo capitolo. Le regole del gioco sono cambiate”. In che senso?

Penso che la si debba interpretare tenendo conto dell’importanza che il disco ricopre per noi. Credo che ciò che quest’album rappresenti non possa essere ignorato. È uno di quei dischi che ha una potenza ed uno spirito fortissimi, e questa caratteristica non può essere ignorata. Le canzoni richiedono attenzione e comprensione, e il disco merita numerosi ascolti”.

A tal riguardo, mi viene da dire che alcuni dischi mal recepiti al momento dell’uscita, sono stati rivalutati in seguito. Prendi il vostro penultimo album Satyricon del 2013. Ho letto pessime recensioni, come avete vissuto queste critiche?

“Uhm, in realtà credo che sia il contrario, ho letto molte recensioni entusiaste o eccellenti, a volte anche più che in passato. Abbiamo avuto un responso entusiastico anche durante il tour di supporto. Spesso le lamentele sono espressione di un gruppo di conservatori, il black metal è pieno di fan più convenzionali che apprezzano solo i primi lavori di un gruppo negando qualità e spessore alla sua evoluzione musicale (ride, nda). Essendo i Satyricon un gruppo che ha sempre fatto un disco diverso dal precedente, siamo sempre stati bersaglio di critiche del genere. Sai, è qualcosa con cui abbiamo imparato a convivere, le aspettative del pubblico, le dinamiche commerciali, e così via”.

Ed è alla natura cangiante del disco che si riferisce il titolo Deep Calleth Upon Deep?

“In un certo senso. Si riferisce a come l’album è stato fatto, si riferisce all’esperienza da cui è nato, a ciò che comunica. Penso che questo disco comunichi emozioni profonde e che meriti diversi ascolti. Solo la musica molto importante ha certi effetti sull’ascoltatore, e questa musica lo è, è la profondità che conta. Credo che questo disco arrivi ad un livello profondità che non siamo mai riusciti a raggiungere prima d’ora”.

Se parli di profondità immagino sia un disco molto introverso nei contenuti…

“È un disco introverso ed esistenziale, che fa riferimento ad una profonda componente emotiva. È molto spirituale ed ha una sua anima ben definita. Abbiamo messo anima e cuore in questo disco, in maniera ancora più profonda e convincente di come abbiamo fatto prima d’ora. Quello che rappresenta per noi, nello specifico, si trova su un più profondo livello esistenziale difficile da tradurre in parole”.

Che mi dici di The Ghost of Rome? I fan italiani ne saranno entusiasti…

“Ogni canzone del disco ha chiaramente un significato personale e individuale. Il termine Satyricon è già un riferimento all’Italia e alla sua storia, in particolare a quella di Roma. Lì c’è l’origine di tutta nostra storia”.

La copertina è un disegno di Munch, forse, in senso ampio, l’artista più famoso della Norvegia. Il legame con la vostra terra segna la vostra musica in maniera ancora così forte?

“La relazione c’è sempre stata, ed ora è più forte che mai. Ci sentiamo legati al nostro paese in modo ancora più particolare, oggi, specialmente dal punto di vista musicale. Il nostro legame con la musica popolare del nostro paese è molto stretto, lo puoi notare da alcune soluzioni ritmiche che rimandano alla musica folk norvegese, che sul nuovo album sono particolarmente evidenziate. Le canzoni e il nostro sound si rifanno, certamente, ad un genere musicale molto più recente, ma lo stile compositivo di Satyr, il suo gusto musicale, ha delle radici più antiche”.

Il fatto che le vostre influenze siano molteplici ormai è assodato. Ad esempio, nel brano Dissonant si avverte lo spirito dei King Crimson, ma anche su Blood Cracks Over the Ground sembra che stiate riproponendo nel vostro stile un certo di tipo di rock progressivo dalle sonorità molto vintage…

“Davvero? La tua è una percezione interessante sulla nostra musica. Ci sono, comunque, alcune canzoni in particolare che possono mostrare influenze progressive, decisamente. Lo spirito del rock progressivo è sempre stato qualcosa che, in modo più o meno deciso, ci ha distinto da molti altri gruppi, un po’ anche perché è una musica che ci piace molto. Le dinamiche e le linee musicali tipiche del progressive hanno sicuramente un ruolo importante in questo disco, creano qualcosa di nuovo ed eccitante, e noi, come saprai, abbiamo sempre pensato ai Satyricon come un gruppo molto aperto alle influenze più disparate. Non abbiamo mai portato all’interno della nostra musica delle influenze in maniera diretta ma, indipendentemente dal fatto che certa musica ci piacesse o meno o ci influenzasse, ma le abbiamo sempre trasformate adattandole alla musica dei Satyricon”.

Immagino che rispetto al passato sia cambiato anche il modo in cui sono nate le canzoni, è così?

“Certo. Abbiamo lavorato in modo più aperto e intuitivo rispetto al passato. Siamo sempre stati molto attenti ai dettagli per fare in modo che tutto funzionasse al meglio. Da batterista, poi, posso dirti che tutti quegli elementi chiave che fanno parte da sempre delle nostre canzoni, sono diventati più che mai parte del tutto, qualcosa di unico ed eccitante che abbiamo aggiunto all’atmosfera del lavoro. Comporre le canzoni, suonarle e pubblicarle in questo modo, ha reso Deep Calleth Upon Deep un disco molto più creativo”.

I brani hanno un incedere orchestrale nell’arrangiamento delle chitarre e in alcune soluzioni ritmiche. Per caso l’esperienza del Live at the Opera, che avete pubblicato due anni fa, ha inciso in qualche modo sul sound del nuovo album?

“Non sai quante volte me l’hanno chiesto (ride, nda). Quando abbiamo cominciato a scrivere Deep Calleth Upon Deep, non avevamo pensato ad elementi operistici o sinfonici, pensavamo solo ad essere un buon gruppo che suonasse una musica nuova e valida. Quando le canzoni iniziavano ad essere più complete, abbiamo cominciato ad inserire elementi di quel tipo, per rendere il sound ancora più oscuro e, allo stesso tempo, organico. Registrare il Live at the Opera è stata comunque una grande esperienza, e in qualche modo ne abbiamo beneficiato, sicuramente”.

In ogni caso, il black metal è nato come furioso e intransigente, la sua violenza, alle origini, sembrava voler annientare ogni altra idea, corrente artistica e culturale che l’avesse preceduto. Oggi è una musica più raffinata, introversa e, a volte, simbolo di delicatezza e introspezione. Come si è arrivati a questo secondo te?

“Il black metal si è in qualche modo evoluto, come ogni altra cosa al mondo, come tutti gli organismi viventi, e il black metal è a modo suo un qualcosa che vive. Nel corso del tempo gli è stata regalata una nuova vita da parte di molti artisti e molti gruppi, è un processo naturale. Certo, negli ultimi anni si è rallentato un po’! Ricordo i bei vecchi tempi, quando eravamo giovani. Volevamo che i nostri nuovi dischi prendessero tutti di sorpresa, speravamo di creare qualcosa di nuovo, che suonasse come nient’altro prima d’allora. Col tempo è diventato più retrospettivo, si è conformato un po’ diventando più convenzionale, ma è solo l’evoluzione naturale delle cose”.

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