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Interviste

BLIND GUARDIAN – Oltre il Muro del Suono

Di Nicola Vitale

Live Beyond the Spheres, terzo album dal vivo dei Blind Guardian, è arrivato solo da un mese nei negozi e nella prima settimana ha già raggiunto traguardi ragguardevoli per un disco live di un gruppo heavy metal: #9 posizione nella Top50 tedesca, #19 nella Top75 austriaca, #36 nella Top100 svizzera e #39 nella Top100 spagnola. Markus Siepen, chitarrista storico della formazione di Krefeld che vanta quattro membri originali su 5 (l’ultimo ingresso è quello del batterista Frederik Ehmke nel 2005), è uno dei pilastri sui cui si regge il suono e l’intera discografia dei Blind Guardian, nonché memoria storica di tre decadi di heavy metal epico, fantastico e trionfale. Allegro ed entusiasta come un bambino alle prime esperienze, si fatica a credere che suoni da trent’anni con lo stesso gruppo, anche perché il nuovo triplo album è la testimonianza più energica e adrenalinica che i Blind Guardian ci abbiano regalato negli ultimi dieci anni di celebrata carriera. Parola al “bardo”, che in una lunga intervista telefonica, ci ha svelato tutto ciò che c’è da sapere sul nuovo Live Beyond The Spheres, ma anche sul prossimo misterioso album in studio e tanto altro.
Come mai avete scelto proprio ora di pubblicare un triplo album dal vivo?

“Abbiamo pensato che fosse una buona idea, anche perché dal nostro ultimo disco dal vivo (Live del 2003, non cita The Sacred Worlds and Songs Divine Tour 2010, nda.) sono passati quindici anni, e nel frattempo abbiamo pubblicato ben tre album in studio. Poi, nel 2005, Frederik (Ehmke, batterista, ndr) è entrato nel gruppo e ci è sembrata l’occasione giusta per registrare qualcosa di vecchio con la nuova formazione”.

Come vi siete organizzati per scegliere la scaletta dell’album, avete registrato ogni show?

“Sì, assolutamente e sono contento che l’abbiamo fatto, perché credo che il livello che abbiamo raggiunto nell’ultimo tour fosse molto alto, il migliore mai raggiunto nella nostra storia, e visto che la scaletta dal vivo comprendeva canzoni più nuove e altre più vecchie, la scelta di pubblicarle tutte insieme in una raccolta dal vivo è stata molto spontanea”.

Come avete selezionato le canzoni da inserire in Live Beyond the Spheres?

“Abbiamo scelto semplicemente di rappresentare lo show del tour. Come ho detto, abbiamo registrato ogni cosa, ma ci siamo concentrati soprattutto sulle prime date europee, perché credo che quelle performance siano state le migliori in assoluto, sia dal punto di vista tecnico che sonoro. Sto parlando di circa 40 concerti, abbiamo dovuto confrontare le varie esibizioni, discutere su quale fossero le migliori, quali le peggiori e poi, ovviamente, nel gruppo c’era chi era d’accordo e chi no (ride, nda). Come puoi immaginare, è stato un processo piuttosto lungo! Però, posso dirti che è stato molto divertente. Abbiamo cercato di rendere il disco molto scorrevole, proprio come se l’ascoltatore assistesse ad un nostro show dal vivo, anche se non necessariamente i brani venivano suonati in quest’ordine, né tutti venivano suonati ad ogni show”.

Alcune canzoni suonano molto meglio dal vivo che in studio, indubbiamente. Ma che mi dici di quelle che non suonate mai? Forse alcune non funzionano nei vostri show? 

“Sì, indubbiamente. Ci sono canzoni che dal vivo non funzionano per niente, ed è questo il motivo per cui non le suoniamo mai. Battlefield (da Night at the Opera, del 2002, ndr) è l’esempio ideale, perché tutto il gruppo la ama, eppure non siamo mai riusciti a trovare un arrangiamento, in sala prove, che la valorizzasse dal vivo e che soddisfacesse le aspettative di tutti noi, ecco perché non la suoniamo mai. Un’altra canzone che ora suoniamo, ma che per molto tempo non abbiamo inserito nei nostri concerti, è Curse of Feanor (da Nightfall in the Middle-Earth, 1998, ndr). È sempre stato un problema inserirla nei concerti, ci abbiamo provato diverse volte in passato e abbiamo fallito clamorosamente (ride, ndr.), ma l’abbiamo inserita poi nei nostri show perché non avrebbe avuto senso rinunciare a suonarla solo perché io e la band abbiamo paura che non esca bene. Tanto vale suonarla show dopo show fin quando non troviamo la versione adatta, no?”.

Con il nuovo album dal vivo avete ripercorso tutta la discografia dei Blind Guardian. Guardandoti indietro, c’è qualche canzone che ti sta a cuore e che avresti voluto che raggiungesse un successo maggiore? 

“Ehm… (ride, nda). È molto difficile ricordarle tutte. C’è una sola canzone che mi viene ora in mente: Another Stranger Me da A Night at the Opera del 2002 (in realtà è stata inserita nel disco successivo, A Twist in the Myth del 2006, ndr). L’abbiamo suonata per tutto il tour di Night at the Opera. Si tratta di una canzone molto speciale per me, forse avrebbe meritato un successo maggiore”.

Però col tempo i Blind Guardian sono diventati un pilastro dell’heavy metal, specialmente dal vivo. C’è qualcosa di magico quando le vostre canzoni prendono vita su di un palco. I cori del pubblico sono spaventosi, sembra che la gente si senta parte di un unico esercito.
“Per alcuni potrebbe essere magia, per me, invece, le canzoni si trasformano semplicemente in qualcosa di diverso rispetto a come sono sul disco. Mi spiego, in studio puoi aggiungerci trenta o quaranta chitare, puoi avere addirittura un’orchestra intera che suona con te. Dal vivo c’è solo una tastiera, due ragazzi con una chitarra, un basso e una batteria! Tutto qui. Dal vivo la canzone si trasforma, di solito diventa più grezza, potente e aggressiva, grazie all’adrenalina che hai sul palco che si trasforma in energia. Il pubblico, poi, ti incita a dare il massimo, e, soprattutto, canta in coro le tue canzoni. Sì, hai ragione, è proprio magia”.

Ho ascoltato The Bard’s Song, ad esempio. Il modo in cui viene cantata dal pubblico ad ogni spettacolo è sorprendente. Non ti sei ancora stancato di suonarla?

The Bard’s Song è una vera e propria hit per noi. Ovunque suoniamo, è sempre il momento più atteso dello show. Devo dirti, ci sono stati pochi concerti in cui non l’abbiamo suonata, e la gente è rimasta sorpresa! E abbiamo capito che se la gente la aspetta, abbiamo il dovere di suonarla. Non mi annoio mai, è bello rifarla sera dopo sera, anche se la suoniamo praticamente ad ogni show dal 1992 (ride, ndr)”.

Com’è cambiato il tuo approccio alla registrazione del nuovo album dal vivo rispetto ai vecchi Tokyo Tales (1993) e Live (2003)?

“Più che il mio approccio, che è quasi sempre identico, sono cambiate le possibilità che abbiamo a disposizione. Quando abbiamo fatto Tokyo Tales, ad esempio, abbiamo registrato solo due show a Tokyo. Le opzioni erano due, potevamo scegliere solo fra i nostri due unici show, non potevamo sbagliare per nessun motivo al mondo. Per l’ultimo disco, come ti ho detto, abbiamo registrato ogni singolo show, questo ti fa capire quanto margine di scelta abbiamo avuto per realizzare un prodotto che ci soddisfacesse tutti. Sto parlando di 130 o 140 show con una scaletta diversa ogni sera. Circa 45 canzoni e diverse performance di ciascuna da cui scegliere la scaletta definitiva. Possiamo dire che il nuovo album rappresenta ciò che oggi sono i Blind Guardian e cosa sono stati gli ultimi due o tre anni”.

Il tuo suono è più epico, aggressivo e potente che mai. Com’è cambiato il tuo equipaggiamento sul palco?

“Ti dico che, ovviamente, quando inizi a suonare, all’inizio della tua carriera, cerchi di trovare il tuo suono, qualcosa che ti contraddistingua, che è nella tua testa e cerchi di scovare ad ogni costo, ma raramente riesci ad ottenerlo solo dalla tua strumentazione, quindi sperimenti diversi amplificatori, diverse chitarre ed effetti. Quello che è successo a me, ad un certo punto verso la fine degli anni novanta, è che ho trovato quello che considero il mio suono definitivo. In pratica ho cominciato a suonare delle Gibson Les Paul (Markus ha diverse Gibson Les Paul Custom e anche due Les Paul Studio, con pickup EMG attivi, ndr.) con un Mesa Boogie Rectifier. Con questa combinazione ho finalmente trovato ciò che cercavo da tempo, ma la cosa divertente è che oggi, specialmente negli ultimi due album, ho utilizzato amplificatori digitali, dei Kemper con precisione, semplicemente perché suonano esattamente uguali ogni singolo giorno. Adoro i valvolari, ma i digitali presentano molti vantaggi e il suono è egualmente fantastico, e molto più gestibile sul palco, come puoi sentire su Live Beyond the Spheres”.

Hai ottenuto il suono rabbioso dei primi due album, e il piglio epico di Beyond The Red Mirror, insomma. 

“Sì, perché no, bella questa, sono d’accordo (ride, ndr)”.

Qual è, per te, il ruolo di Beyond the Red Mirror nella vostra discografia? Avete inserito ben tre canzoni da quel disco: Twilight Of The Gods, Prophecy The Ninth Wave, tante quanto da Nightfall in the Middle-Earth e da Tales From the Twilight World, che sono dei vostri classici.

“Credo sia un disco importantissimo, perché è lo specchio di ciò che sono i Blind Guardian dopo trent’anni di carriera, così come lo furono Battalions of Fear (primo album del 1988, ndr.) Imaginations From the Other Side (1995, ndr.) all’epoca in cui vennero pubblicati. Penso che sia uno dei migliori album che abbiamo mai realizzato. Ci sono canzoni veloci, altre potenti, altre molto epiche e altre più lente e sinfoniche come Miracle Machine. Poi amo la produzione, così come il lavoro con l’orchestra”.

Però anche brani veloci e rabbiosi come Banished from Sanctuaryda Follow the Blind (1989) e Majesty da Battalions of Fear (1988) fanno parte del vostro DNA. Ti piace ancora suonare queste canzoni velocissime, ai limiti dello speed metal, dal vivo?

“Oh sì, oh sì! Dipende molto dal mio umore. Ci sono momenti in cui preferisco canzoni come quelle di Nightfall in the Middle-Earth, o canzoni più moderne, ad esempio And Then There Was Silence, da A Night at the Opera o Wheel Of Time da At The Edge of Time (2010, ndr.), ma preferisco quasi sempre suonare canzoni più potenti e veloci, come Script for my Requiem (da Imaginations From the Other Side, 1995, ndr.), che abbiamo suonato nel tour ma non abbiamo inserito nell’album, oppure canzoni come Banished From Sanctuary che tu hai citato e che abbiamo voluto inserire nel disco ad ogni costo, un classico dei Blind Guardian a tutti gli effetti, molto tosto da suonare”.

E dopo il tour registrete un nuovo disco? Sapete già che suonerà il vostro prossimo album?

“Allora, innanzi tutto dobbiamo finire la promozione di questo live, dopodiché ci concentreremo sul prossimo album in studio, The Orchestral Album (è il modo in cui fa riferimento al nuovo lavoro in studio nell’intervista, non un titolo definitivo, ndr.). Quest’anno finiremo le registrazioni della voce. Volevamo terminarle un po’ di tempo fa, ma negli ultimi anni siamo stati sempre in tour, e come puoi immaginare, quando la voce è stressata da un’incredibile mole di concerti, la sua resa in studio diminuisce, quindi abbiamo deciso di aspettare un po’, finché il tour non sarà finito. Stiamo lavorando sulle nuove canzoni, ma è ancora presto dire come suonerà il nuovo disco, dovrete aspettare ancora un po’”.

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